Premio simbolico di presenza all’inizio della pandemia/1. Cui prodest?

Stride un po’ con la realtà e con le vicende dei tanti mesi di lockdown l’assegnazione del ‘premio di presenza’ per chi nel marzo scorso ha lavorato nel luogo di lavoro anziché da casa. Lo prevede il DL 17 marzo 2020 n. 18 a favore dei titolari di reddito da lavoratore dipendente con un reddito complessivo “non superiore a 40.000 euro”, incluso il personale della scuola. Il bonus è inferiore a 5 euro per ogni giorno di lavoro in presenza. Arriva con quasi un anno di ritardo.

Di fronte a tanti lavoratori non dipendenti che hanno perso il posto (pensiamo alle numerose piccole imprese chiuse, alle partite Iva, ai lavoratori occasionali o parasubordinati) o che hanno visto fortemente ridimensionato il loro reddito a causa dell’emergenza sanitaria, i lavoratori dipendenti, anche per effetto del divieto di licenziamento, non hanno in genere perso il lavoro e lo stipendio (nel caso della cassa integrazione hanno subito una decurtazione; nel pubblico impiego tutti hanno conservato lo stipendio pieno). Nessuna decurtazione neanche per coloro che non hanno avuto la possibilità di lavorare (come buona parte del personale ausiliario nella scuola, impossibilitato a lavorare a distanza). Una scelta del Governo a tutela di una fetta importante di lavoratori che, a parte qualche lamentela sporadica, sembra essere stata accettata dall’opinione pubblica.

Il principio però di dare anche un premio (peraltro simbolico) per la presenza al lavoro durante il mese di marzo 2020 dei lavoratori dipendenti, che hanno comunque conservato il posto e un reddito, suona sperequativo.

Nessuno dice che la categoria dei dipendenti non stia affrontando difficoltà per la pandemia e che non meriti di essere sostenuta. Ma siamo sicuri che sia questo il modo opportuno? E che non ci siano categorie che debbano avere un canale preferenziale? Tra le persone che in questi mesi hanno drammaticamente ingrossato le file per un pasto caldo di fronte alla Caritas o ad altri enti caritatevoli la quota di lavoratori dipendenti è probabilmente limitata. Il “bonus marzo” ha il sapore insomma di una mancia non richiesta e forse neanche opportuna, perché per l’entità non rappresenta un beneficio effettivo per chi lo riceve ma pone la categoria dei lavoratori dipendenti in una posizione privilegiata rispetto ad altre. Di quante persone parliamo? In base ai dati dell’Osservatorio su lavoratori dipendenti e indipendenti dell’Inps, nel 2019 i lavoratori in Italia sono stati 25,5 milioni, di cui 18,8 milioni quelli dipendenti (15,4 nel settore privato, 3,4 in quello pubblico) e 6,7 milioni i lavoratori indipendenti (artigiani, commercianti, agricoli, domestici, parasubordinati, occasionali, etc). Se ne deduce che i beneficiari sono tanti e la spesa per le casse pubbliche è rilevante.

Soprattutto non si capisce il principio di questo premio, ascrivibile alla categoria “aiuti a pioggia” senza una logica né di equo sostegno, né di rilancio strategico. Come se ci fosse abbondanza di risorse e non andasse tutto a debito a carico delle nuove generazioni.

Tuttoscuola: da quarant'anni l'informazione educativa 25 gennaio 2021