50 EURO IN PIÙ, MA NON PER TUTTI

Il fondo per il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici è stato incrementato di 400 milioni di euro. Le risorse disponibili, a regime dal 2021, ammontano quindi a 3.775 milioni di euro. Lo prevede il comma 959, dell’articolo 1, della legge 178/2020 (legge di Bilancio 2021) entrata in vigore il 1° gennaio scorso. 

La somma si aggiunge alle risorse già disponibili, stanziate con la legge di Bilancio dello scorso anno: 1.100 milioni di euro il 2019, 1.750 milioni per il 2020 e 3.375 milioni di euro annui a decorrere dal 2021. I 400 milioni si aggiungono ai fondi del 2021 e rimarranno costanti per gli anni successivi. Stanziate le risorse, la stagione per il rinnovo contrattuale può essere aperta. Considerato che i dipendenti pubblici sono 3 milioni e 180 mila, quando il contratto sarà rinnovato, l’aumento medio a regime in busta paga sarà pari a 1.187 euro annui. L’importo è da intendersi lordo stato: la somma comprende sia i contributi previdenziali che le ritenute fiscali.

Per arrivare al netto, quindi, bisogna sottrarre il 41% che è pari all’importo dei contributi previdenziali. E poi, da quello che rimane, bisogna sottrarre un altro terzo che è pari, grosso modo, alle trattenute fiscali. A conti fatti, l’aumento netto dovrebbe aggirarsi intorno ai 50 euro. Sempre che vadano a finire tutti in busta paga. Molto dipenderà, infatti, proprio dalla destinazione delle risorse. Che sarà decisa dal governo tramite l’atto di indirizzo all’Aran, che farà da preludio alle trattative. E in parte deriverà anche dalle decisioni che saranno prese al tavolo negoziale.

Quante più risorse saranno destinate al compenso accessorio (e cioè al fondo di istituto) tanto più esigui saranno gli aumenti reali per tutti. Che derivano dall’incremento del cosiddetto stipendio tabellare: lo stipendio in senso stretto.

In ogni caso, quand’anche tutte le risorse fossero destinate allo stipendio tabellare, gli adeguamenti retributivi muteranno a seconda dei comparti e delle relative qualifiche. L’importo finale, infatti, deriverà dalla situazione retributiva di partenza dei singoli dipendenti. Perché il riparto finale delle risorse non avviene applicando un aumento uguale per tutti pari all’importo delle risorse diviso per il numero dei dipendenti. L’aumento, infatti, deriverà dall’applicazione di una percentuale. E la percentuale viene calcolata facendo il rapporto tra la somma di tutte le retribuzioni attualmente in godimento (cosiddetta massa salariale) e i fondi stanziati per gli aumenti.

Facciamo un esempio. Poniamo che la massa salariale sia pari a 100 milioni di euro e che le risorse stanziate per il rinnovo del contratto sia pari a 3 milioni. In questo caso la percentuale di incremento da applicare ad ogni singola busta paga sarà pari al 3%. Pertanto, il dipendente che guadagna 100 euro avrà un aumento di 3 euro. Mentre il dipendente che guadagna 1.000 euro, avrà un aumento di 30 euro. Tale meccanismo, che viene sistematicamente applicato ad ogni rinnovo contrattuale, accentua le diseguaglianze. E incrementa le sperequazioni di reddito con un effetto a forbice.

Le sperequazioni, peraltro, si verificano non solo tra le diverse qualifiche, ma anche e soprattutto tra i diversi comparti. A parità di qualifica, infatti, gli importi delle retribuzioni sono mediamente più alte nei comparti diversi dalla scuola. Un funzionario della pubblica amministrazione inquadrato al livello dell’area III- F1, che è pari a quello dei docenti laureati della scuola statale, guadagna come stipendio base all’inizio della carriera circa 100 euro in più rispetto al docente di scuola secondaria di pari qualifica. E a ciò si aggiungono ulteriori indennità tra cui quelle relative alle posizioni organizzative. Che nella scuola non esistono e che non sono nemmeno lontanamente paragonabili agli incarichi retribuiti con gli esigui compensi derivanti dal fondo di istituto.

Pertanto, se il criterio non sarà modificato, perlomeno suddividendo le risorse a monte, comparto per comparto, sulla base del numero degli addetti (che nella scuola sono pari a circa 1/3 del totale dei dipendenti pubblici) la forbice tra gli operatori scolastici e il resto del pubblico impiego continuerà ad allargarsi.

Un ulteriore elemento da valutare è l’effetto degli aumenti sulla riduzione del cuneo fiscale. Il rischio che gli aumenti possano vanificare in parte la detrazione fiscale prevista dall’articolo 2, del decreto-legge 3/2020, riguarda i docenti a fine carriera e i direttori dei servizi generali e amministrativi che vantano una retribuzione annua superiore a 28 mila euro lordi. Che potrebbero perdere parte dell’esenzione fiscale. La detrazione, che fino a 28 mila euro è di 100 euro al mese, per i redditi superiori a tale cifra si riduce gradatamente fino a 80 euro per le retribuzioni superiori a 28 mila euro annui e fino a 35 mila. E cioè proprio nella fascia di reddito che si raggiunge a fine carriera quando si superano i 35 anni di anzianità di servizio. Il problema non si pone per i redditi da lezioni private. Che sono soggetti ad un’imposta sostituiva del 15% (art.1 commi 13-16, legge 415/2018).

da ItaliaOggi – Carlo Forte – 5 gennaio 2021