Che scuola riparte

Il problema non è se le lezioni ripartiranno, ma in che modo ripartiranno. Come spesso accade nella nostra sfera pubblica, la domanda più pressante ne nasconde un’altra più grande.

Ci vuole un po’ di sociologia, o se volete di dietrologia, per decifrare il linguaggio occulto dei contorcimenti tra governo e regioni, virologi e politici, sindacati e presidi. E per leggere, sapendo di pensar male ma anche di non sbagliare, l’intera vicenda per quello che è: una pantomima dell’emergenza, un rumore di fondo, che costringe il Paese a chiedersi se la scuola riparte, affinché nessuno si chieda “che scuola è quella che riparte”. Perché alla fine riempiremo i bus, indosseremo le mascherine, constateremo l’inutilità dei banchi a rotelle che tardano ad arrivare e, magari spalancando qualche finestra per arieggiare le aule, confermeremo quanto sta scritto nei rapporti di molti paesi che la scuola l’hanno aperta a maggio e a giungo, senza che la curva dei contagi abbia avuto apprezzabili fiammate. Qualcuno allora recriminerà sulla vacuità di queste polemiche e il governo, anziché cadere, rivendicherà il risultato ottenuto.

Ma, soprattutto, in pochi si chiederanno che razza di scuola è quella in cui i nostri figli tornano dopo oltre sei mesi di assenza. Proviamo a rispondere andando dietro ai fatti, o piuttosto cercando i fatti dietro alle notizie ufficiali. Riparte una scuola dove un docente su tre è precario, stabilizzato senza alcuna verifica di merito, perché i concorsi si rinviano da due decenni e, quando pure si fanno, si fanno col doppio binario, che consente di far salire in cattedra anche i bocciati, in base all’anzianità.

Riparte con 50mila cattedre scoperte fino a ottobre o piuttosto a novembre, soprattutto al Nord, dove la professione dell’insegnante e il suo basso e piatto salario non hanno appeal per i giovani laureati. Nelle graduatorie a esaurimento, da cui si pesca, non ci sono più docenti di matematica, scienze, italiano e lingue straniere. Quelli assunti nelle sanatorie dell’ultimo quinquennio avevano abilitazioni non corrispondenti ai posti vacanti – erano in gran parte insegnanti di applicazioni tecniche, disegno, musica, educazione fisica – e sono così finiti a gonfiare l’organico di potenziamento, un serbatoio di inattivi che staziona nelle scuole a spese della finanza pubblica e serve al più per qualche breve supplenza durante l’anno scolastico.

Riparte dopo mesi di didattica a distanza, che ha tagliato fuori gli studenti delle famiglie più deboli, perché privi di connessione e device adeguati, e riparte senza che i docenti abbiano svolto in estate alcuna attività di formazione per imparare a trasmettere il sapere, e coinvolgere, dallo schermo di un pc.

Riparte senza che tutti abbiano eseguito il test sierologico, prescritto solo su base volontaria e, perciò, disatteso tanto dagli insegnanti quanto dai medici di famiglia che dovrebbero praticarlo.

Riparte con il timore di nuove interruzioni, perché nessuno tra coloro che invocano linee guida precise – e tra questi i sindacati e gli stessi presidi – è disposto a prendere in considerazione l’unica misura possibile per disinnescare il rischio delle classi pollaio, fonte potenziale di cluster epidemici: lo smembramento e i doppi turni, chiedendo agli insegnanti di stare a scuola per più ore e pagandoli di più.

Riparte da ultimo con l’incognita dei corsi di recupero, che dovrebbero tenersi da martedì e fino all’inizio delle lezioni, per consentire agli studenti più fragili di colmare le lacune dell’apprendimento. I sindacati hanno invitato i docenti a disertare l’impegno, perché il governo non ha riconosciuto un compenso straordinario per la prestazione, e hanno informato la stampa che i corsi non si faranno. La ministra ha tenuto il punto, ricordando che l’attività didattica del recupero è già retribuita con lo stipendio di settembre, e assicurando alle famiglie che i corsi si terranno regolarmente.

Entrambi, la ministra e i sindacati, hanno venduto la pelle dell’orso prima di averlo catturato. Perché nessuno sa che accadrà da martedì prossimo. Nessuno sa come reagirà un corpo insegnante anziano – quasi il 40 per centro ha più di 55 anni e il trenta più di 60 – privo di motivazioni, in un sistema afflitto da un’orizzontalità irresponsabile, ma anche sfiduciato dal bullismo disfattista di un sindacato che umilia con ricatti e furbizie la dignità del magistero. Trattandolo alla stregua di un branco. Durante il lockdown ha detto no alla didattica a distanza – arrivando a intimidire i presidi con diffide -, salvo poi invocarla adesso che si tratta di tornare a scuola. Ha detto no a straordinari e doppi turni, no alla mobilità, no alla formazione. Spuntandola quasi sempre. Senza capire tuttavia che, anche in un sistema dove diritti e privilegi si ottengono barattando concessioni con consenso elettorale, c’è un punto limite, una soglia oltre la quale l’arma del ricatto spunta, per eccesso, la sua efficacia.

Questo sindacalismo ha letteralmente tolto la parola ai docenti, li ha ghettizzati in una sicumera pezzente, dove il vantaggio di non dare niente di più di ciò che si deve corrisponde alla condanna di non ricevere più neanche ciò che si merita. Quando la più grande sanatoria assistenziale della storia repubblicana – centomila precari, imbarcati in un sol colpo dal governo Renzi e in parte inutili al sistema perché abilitati in discipline non corrispondenti ai posti vacanti – viene raccontata come una deportazione, la stessa politica adusa allo scambio non ha più convenienza a trattare con i sindacati. Non a caso in qualche recente consiglio dei ministri, di fronte all’ipotesi di stanziare nuovi fondi per l’istruzione, qualcuno ha preso la parola per dire: “Ma che glieli diamo a fare? Tanto si lamentano sempre”.

Questa è la scuola dove i nostri figli tornano per recuperare il tempo perduto e il gap di conoscenze e competenze con i loro coetanei europei. Da centrale dei saperi e dell’educazione civile è stata trasformata in un patronato per chi ci lavora, arroccato nella sua diffidenza verso la società e la politica, e ormai capace solo di stringere patti a perdere, come quelli per cui accetta salari da fame pur di difendere con i denti tre mesi di vacanze. È la prova di come un sistema corporativo non riesca a utilizzare lo shock traumatico dell’emergenza per cambiare, ma al contrario si blindi nelle sue rigidità e nei suoi punti di crisi. La scuola dei precari si nutre di precariato, mortifica ed espelle i migliori e i più responsabili, così come l’economia dei non licenziabili emargina e licenzia le donne e i giovani. Le lezioni ripartiranno, ma un Paese così fatto non ha, oltre l’inferno della pandemia, altro che la consolazione di un purgatorio sempiterno.

da HuffPost – 30 agosto 2020 – Alessandro Barbano