A rieccola!!! la chiamata diretta dei docenti

Dopo tante polemiche il 26 giugno scorso finalmente la chiamata diretta degli insegnanti, così come pensata all’interno della legge 107/2015, era stata di fatto abolita in base ad un accordo tra Miur e sindacati. Uno dei cardini previsti dalla Buona Scuola veniva eliminato ed il personale docente della scuola tornava quindi assegnato agli istituti dallUfficio scolastico territoriale attraverso i titoli e il punteggio della mobilità.

Il 18 luglio scorso il Senato approvava il relativo disegno di legge, che passava all’esame della Camera per l’approvazione definitiva. 

L’eliminazione della chiamata diretta dei docenti era preciso impegno di governo” aveva sottolineato il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti ed anche alcuni senatori affermavano: “Un meccanismo perverso per cui gli insegnanti sono stati costretti a sottoporsi a dei “provini” presentando il proprio curriculum alle scuole, in base ai requisiti richiesti da un bando formulato dal dirigente scolastico”.

Dopo qualche settimana tregua, ecco riaffiorare le dispute. A dare fuoco alle polveri ci pensa

il Presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, Antonello Giannelli, che in una intervista al   Sole24Ore del 30 settembre scorso ha dichiarato: “Mancano tantissimi docenti, direttori amministrativi, assistenti di segreteria. E i dirigenti sono nella impossibilità materiale di garantire il servizio. Il sistema di reclutamento del personale anacronistico è inadeguato e inefficace in quanto si basa su graduatorie esaurite e su sanatorie che non garantiscono la qualità del servizio, fino all’ultima assurdità delle messe a disposizioni. Le conseguenze ricadono sugli studenti per i quali il sistema, paradossalmente, dovrebbe essere pensato. Per l’Anp è ora di cambiare. Si dia la possibilità ai dirigenti scolastici di intervenire direttamente nel reclutamento del personale, visto che le dimensioni del sistema sono tali da impedirne un’efficace gestione da parte dell’amministrazione centrale “.

Ecco quindi riaccendersi lo scontro tra i favorevoli ed i contrari alla chiamata diretta ed in prima linea vi è proprio l’ANP a cui non piace l’abolizione perché di fatto essa contribuisce a svilire il ruolo del dirigente di una scuola concepita  come azienda con a capo un manager con il potere di liberarsi dai docenti cosiddetti “contrastivi“, cioè quei docenti che cercano di difendere quel clima di serenità, di collegialità e di condivisione tra colleghi che un tempo regnava nelle scuole e che la legge 107 ha minato, liberarsi cioè da quei docenti che pensano con la propria testa, che sono dotati di cervello, di cultura, di autonomia di giudizio.

Si sostiene che la chiamata diretta permetteva ad una scuola di dotarsi del personale più adeguato alle proprie esigenze, consentiva di scegliere i docenti più adatti per l’offerta formativa della scuola, permetteva di adattare il servizio alle esigenze degli alunni, aumentava la qualità del servizio.

Come non essere d’accordo con simili obiettivi, come pure sull’autonomia della scuola, sul criterio del merito e della responsabilità, valori che dovrebbero valere sì per gli insegnanti ma anche per i dirigenti scolastici e gli studenti?

Ma come al solito tra la teoria e la pratica sussiste un grande abisso, davvero pesante, consistente. Infatti la chiamata diretta non ha sortito buoni effetti, poiché nella sua applicazione si sono verificate innegabili storture, diverse disfunzionalità e forse anche qualche vero e proprio illecito:

  • valutazione dei curricola dei docenti non sempre in coerenza con le necessità educative e didattiche delle  scuole;
  • richiesta di informazioni sulla vita privata: maternità, congedi, iscrizione al sindacato, …;
  • applicazione di criteri discrezionali i più disparati: richiesta di video di autopresentazione a figura intera, superamento di una prova concorsuale organizzata dalla scuola stessa, svolgimento di “una lezione frontale da parte dell’aspirante”, esposizione di un modulo estratto a sorte tra quelli proposti;
  • discriminazioni di vario tipo nei confronti delle donne incinte, dei docenti provenienti dal Sud o da altri ambiti territoriali, dei docenti “contrastivi” o notoriamente sindacalizzati;
  • un modus operandi non conforme a quelle che erano le indicazioni ministeriali: a Milano un insegnante di latino è stato scelto da un istituto tecnico dove il latino non era neanche previsto nei corsi; distinzione fra gli insegnanti chiamati a tenere lezioni in classe e quelli deputati a lezioni di sostegno e altre attività; certificazione di uno specifico corso gestito da un determinato Ente; richieste di competenze o certificati talmente specifici da farli risalire soltanto ad un singolo docente; svolgimento di una “fertile” attività didattica presso la stessa istituzione scolastica nell’anno 2015/16, attestata dallo stesso Dirigente scolastico a suo insindacabile giudizio.

Questo mosaico di bandi è la dimostrazione della personalizzazione in chiave aziendalista della selezione dei docenti, che in qualche caso ha rappresentato l’essenza di un metodo nepotista e discriminatorio.

Al riguardo, Orazio, (Satire I, 1, vv. 106-107) ci offre un opportuno spunto di riflessione:

“Est modus in rebus: sunt certi denique fines, quos ultra citaque nequit consistere rectum”.

(C’è una misura nelle cose; vi sono precisi confini, oltre i quali non può sussistere il giusto.)

La soppressione della chiamata diretta era ed è assolutamente necessaria, tanto da far dichiarare all’allora ministro Bussetti: “… sostituire la chiamata diretta, connotata da eccessiva discrezionalità e da profili di inefficienza, con criteri trasparenti e obiettivi di mobilità ed assegnazione dei docenti dagli uffici territoriali agli istituti scolastici”.

È proprio con l’attivazione di tali serie e corrette procedure che si rispetta la dignità e la professionalità dei docenti, perché i veri ‘requisiti’ di assunzione sono oggettivi, trasparenti e non lesivi della libertà d’insegnamento, evitando la ‘ricerca’ di docenti compiacenti, i cosiddetti ‘yes men’ o ‘promuovitori seriali’.

Si ’invoca’ il ripristino della “chiamata diretta”, e pur di riaverla si ‘offre’ in cambio più trasparenza e norme più precise, giungendo al punto di rinunciare all’assoluta indipendenza dei dirigenti scolastici e avere più controlli da parte degli ispettori scolastici, perché solo così si sconfigge il precariato, evitando ogni anno il ripersi degli stessi discorsi, degli stessi errori.

Com’è umano lei...” diceva il ragionier Ugo Fantozzi, ma Il “calciomercato” dei professori è ormai terminato.

Un’ultima riflessione mi sia consentita. Si dice e si scrive che per affrontare le esigenze formative dei ragazzi e della società di oggi occorra una maggior qualità della scuola e della didattica è ciò si persegue solo con la ‘chiamata diretta’, perché dà la possibilità di individuare i docenti sulla base della specificità e curvatura dei propri progetti formativi (Ptof).

Ma allora perché altrettanto non può fare il ministero assumendo i dirigenti in base al curriculum per assegnarli alle scuole in base alle loro specifiche esigenze?

Giuseppe Antinolfi

Segretario Provinciale

SNALS CONFSAL di Milano