Libertà di educazione: fate come dico, non fate come faccio!

Nelle settimane scorse si è molto polemizzato sulla decisione del ministro Lorenzo Fioravanti di iscrivere il proprio figlio alla scuola inglese dove non si insegna l’italiano invece che ad una scuola italiana. Il ministro viene accusato di «anti-nazionalismo» e pertanto, è stato detto, non può rappresentare l’istruzione italiana.

È ovvio che quello della libertà di educazione è un diritto inalienabile, un valore fondamentale, non negoziabile ed inviolabile, tanto da essere anche sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (art. 26) “I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli”, dalla Convenzione Europea sulla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (art. 14) “Lo Stato, nel campo dell’educazione e dell’insegnamento deve rispettare il diritto dei genitori di provvedere secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche” e dalla Costituzione Italiana (art. 30) che riconosce solo ai genitori “il diritto – dovere di istruire i propri figli”.

Pertanto ognuno può optare per l’educazione che preferisce per i propri figli, ognuno ha la libertà di scelta riguardo la scuola da far loro frequentare. Certo è che se questo “ognuno” è ministro dell’Istruzione qualche ragione di opportunità sussiste.

Nel lontano 1985 il professor Pietro Finocchiaro, trasferito dalla Calabria a Milano come Provveditore agli Studi, ritenne opportuno iscrivere le proprie figlie alle scuole pubbliche, una al liceo Einstein e l’altra al liceo Berchet. Erano anni in cui nelle scuole pubbliche vi erano molte contestazioni, ma Pietro Finocchiaro non derogò dalla sua decisione che riteneva essere un obbligo morale per lui in quanto Provveditore agli Studi, anche se al liceo Berchet la figlia del Provveditore agli studi non avrebbe avuto vita facile. Ed infatti dovette subire frequenti “sarcasmi”, anche sul giornale studentesco del liceo.

Comunque bene ha fatto il ministro a scegliere la scuola più adatta al proprio figlio. È stata una scelta legittima per non metterlo in difficoltà, dato che ha sempre vissuto all’estero e non parla bene l’italiano.

Anche molti altri bambini hanno sempre vissuto all’estero ed hanno una scarsa conoscenza della lingua italiana, ma non possono iscriversi alla scuola privata inglese e vengono inseriti nelle scuole pubbliche italiane, accolti premurosamente dai docenti che insegnano loro l’italiano, sempre con risultati positivi.

Ma se la decisione del ministro fosse dovuta alla sua scarsa fiducia nel sistema scolastico italiano, allora ci si aspetta da lui che il suo tempo sia dedicato integralmente a risolverne tutte le criticità, senza perdere tempo con i crocefissi, con la tassa sulle merendine e le bibite, con Vandana Shiva.

Un’ultima riflessione. Riguardo alla libertà di educazione l’Italia è uno dei peggiori esempi in tutta Europa. Quella stessa libertà di educazione che il ministro giustamente ha ritenuto di esercitare nei confronti del proprio figlio la assicuri però anche a quei genitori che decidono di scegliere una scuola paritaria che meglio rappresenti la propria visione culturale, ma non ne hanno la possibilità non avendo uno stipendio come il suo.

Milano 10 dicembre 2019

Giuseppe Antinolfi

Segretario Provinciale

SNALS CONFSAL di Milano