Risposta del Segretario al quesito di un iscritto.
La scuola non può diventare un’opzione lavorativa

Domanda. Perché nella scuola italiana può verificarsi una cosa che, in molti altri settori professionali, sembrerebbe difficile da immaginare: una persona può arrivare a insegnare dopo aver trascorso gran parte della propria vita lavorativa facendo tutt’altro, e ancora, più grave, può essere chiamata a coprire una supplenza pur non avendo i titoli professionali per poterlo fare?

Prima di rispondere c’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci senza ipocrisie: che cosa significa, oggi, fare l’insegnante?
Risposta. Sia chiaro: non c’è nulla di sbagliatonelcambiare vita a cinquant’anni. Un professionista che, dopo venti o trent’anni di lavoro, scopre di voler insegnare può portare nella scuola esperienza, competenze tecniche, cultura del lavoro e una prospettiva diversa. L’età, di per sé, non è un problema. Il problema nasce quando si confonde la possibilità di cambiare professione con l’idea che per insegnare non sia necessaria una preparazione professionale specifica. Per diventare medico, avvocato, ingegnere o psicologo non basta avere una generica esperienza di vita e la disponibilità a mettersi in gioco. Esiste un percorso formativo, esistono requisiti, esistono competenze da acquisire e verificare. L’insegnamento dovrebbe essere considerato nello stesso modo. Eppure la realtà delle supplenze racconta anche un’altra storia: quella di una scuola che, quando non riesce a trovare docenti disponibili con i requisiti ordinari, deve ricorrere a soluzioni emergenziali. Il punto è: quanto siamo disposti ad abbassare l’asticella della preparazione professionale pur di coprire una cattedra? C’è ancora l’idea che insegnare significhi, in fondo, conoscere una materia e saperla spiegare. Come se bastasse essere competenti in qualcosa per diventare automaticamente competenti nell’insegnarla. Insegnare non è semplicemente sapere. È progettare una lezione. È comprendere livelli diversi di apprendimento. È gestire una classe. È valutare. È riconoscere una difficoltà. È comunicare con adolescenti e bambini. È lavorare con studenti con bisogni educativi differenti. È collaborare con colleghi e famiglie. È conoscere norme, responsabilità, strumenti didattici e metodologie. E soprattutto significa assumersi una responsabilità enorme: formare persone che spesso hanno quindici, sedici o diciassette anni e che trascorrono con il docente una parte significativa della loro giornata. Per questo la domanda non dovrebbe essere: “Questa persona sa qualcosa?” Dovrebbe essere: “Questa persona è stata preparata per insegnare ciò che sa?” È importante dirlo con chiarezza, perché altrimenti il discorso rischia di diventare ingiusto. Un cinquantenne che decide di diventare insegnante non merita alcun pregiudizio. Anzi, può avere esperienze professionali preziose da portare in classe. Il problema è il percorso. Se quella persona decide consapevolmente di intraprendere una nuova professione, acquisisce i requisiti necessari, affronta la formazione richiesta, si confronta con la didattica e viene valutata sulla propria preparazione, la sua età non dovrebbe rappresentare un ostacolo.
Diverso è il caso in cui l’ingresso nella scuola avvenga semplicemente perché mancaqualcuno da mettere in aula. Situazione che si verifica spesso soprattutto nella scuola primaria.
In quel momento non stiamo valorizzando l’esperienza di un lavoratore che cambia vita. Stiamo utilizzando una persona per risolvere una carenza strutturale di personale. Ed è una differenza enorme. Le supplenze sono necessarie. Una scuola non può lasciare gli studenti senza insegnante perché il titolare è assente. l’emergenza non dovrebbe trasformarsi in normalità. Il sistema italiano prevede percorsi di accesso, graduatorie e requisiti specifici. Le stesse disposizioni sulle graduatorie distinguono il possesso del titolo di accesso dal semplice fatto di avere prestato servizio; il Ministero ha ribadito anche nel 2026 regole precise sulla valutazione dei servizi prestati senza il titolo richiesto. Se continuiamo a considerare la professione dell’insegnante un lavoro che, in caso di necessità, può essere svolto da chiunque abbia una certa conoscenza della materia, non possiamo poi lamentarci se nella società cresce la convinzione che “insegnare sia facile”. La contraddizione è evidente: da una parte chiediamo agli insegnanti sempre più competenze e responsabilità; dall’altra, in condizioni di carenza di personale, accettiamo che la distanza tra il possesso di una preparazione professionale specifica e la semplice disponibilità a entrare in classe possa diventare troppo sottile. Forse, allora, la questione non è se una persona di cinquant’anni possa diventare insegnante. Certo che può. La questione è se, a cinquant’anni come a venticinque, per entrare in una classe debba essere richiesta una preparazione seria, verificabile e coerente con la responsabilità che quella persona si assume. Perché una scuola che non trova abbastanza insegnanti qualificati non dovrebbe concludere che insegnare è un mestiere alla portata di chiunque. Dovrebbe chiedersi perché non riesce ad attrarre e trattenere abbastanza professionisti qualificati. Dovrebbe interrogarsi sul reclutamento, sulla formazione, sugli stipendi, sulle condizioni di lavoro, sulla stabilità degli organici e sulla capacità di rendere la professione realmente attrattiva. E soprattutto dovrebbe smettere di considerare normale ciò che normale non dovrebbe essere: che una classe abbia un insegnante semplicemente perché, in quel momento, non si è trovato nessun altro. Perché il problema non è che qualcuno, dopo una vita trascorsa a fare un altro mestiere, voglia provare a insegnare. Il problema è che una società che considera l’insegnamento una professione altamente qualificata non dovrebbe mai essere costretta a scegliere tra una cattedra vuota e una preparazione insufficiente.
Il Segretario provinciale Prof . Giuseppe Antinolfi