Dalla Spagna all’Italia, difendere (sul serio) la parità non è un delitto

La nuova legge sull’istruzione in Spagna è fortemente limitativa delle paritarie. È sufficiente rifugiarsi nel rapporto educativo?

L’emergenza educativa attanaglia le nostre società non senza far scattare, nei diversi contesti e paesi, una volontà politica di intervenire, cambiare, programmare soluzioni. E sovente si registra uno strano paradosso per cui più acuta diventa l’urgenza di fornire ai giovani una prospettiva di crescita, formazione e opportunità per affrontare il futuro, più il sistema si attiva ad approntare formule ideologicamente orientate, distanti dai soggetti realmente coinvolti nell’avventura educativa quali le famiglie, i docenti e gli stessi studenti. Ne parlava Fernando De Haro riflettendo sulla nuova legge sull’istruzione in fase di approvazione in Spagna, dove ormai da 40 anni resta acceso il dibattito sul diritto all’educazione e alla libertà di insegnamento. I temi affrontati nella nuova riforma riguardano per lo più problematiche note e analoghe anche in altre realtà, dalla necessità di ridurre l’abbandono scolastico precoce a quella di colmare la distanza fra formazione professionale e mondo del lavoro o al miglioramento dei risultati scolastici in alcune materie.

Ma la questione sulla quale De Haro richiama l’attenzione è un’altra: sta nel fatto che il nuovo corso prospettato in Spagna in tema di scuola si annuncia come un vero e proprio attacco alla libertà educativa attuato attraverso una drastica riduzione del riconoscimento e del sostegno alla scuola paritaria. “La scuola paritaria, malgrado le sue imperfezioni e i suoi limiti, è un esempio di sussidiarietà educativa e ha finora permesso all’iniziativa sociale di scolarizzare tra il 30 e il 40 per cento degli alunni con finanziamento pubblico. La nuova legge prevede solo l’aumento dei posti nella scuola pubblica. Si elimina la domanda della società, le richieste dei genitori come criterio per pianificare scuole paritarie, si impedisce la cessione di suolo comunale, ciò che in concreto rende difficile la costruzione di nuove scuole. Si obbligano i bambini ad andare nella scuola di quartiere, impedendo ai genitori di scegliere, com’è successo finora, nei distretti regionali, una formula che dà molte più possibilità”.

Insomma vincono le logiche di potere, le strategie di accordi che passano sulla testa della gente reale e dei problemi concreti e urgenti per i quali sarà unicamente lo Stato a propinare soluzioni. Un colpo di spugna, ancora una volta – è una storia tristemente nota anche in Italia dove sono state eliminate negli anni numerosissime esperienze vitali e carismatiche –  interviene a sopprimere l’esistente, a soffocare il desiderio e la possibilità di trasmettere un sapere, di “in-segnare” nel senso di orientare nel cammino, di trasmettere cioè un bagaglio di conoscenze radicate nell’esperienza.

Mentre il senso di ingiusta sopraffazione si avverte drammaticamente nei suoi risvolti esistenziali, la domanda inevitabile è una sola: come porsi di fronte all’ottusità di un potere che calpesta un diritto fondamentale?

“La limitazione della libertà” avverte De Haro “è un fatto, ma un’altra cosa è trovare la risposta più adeguata a un Governo che rimarrà in carica almeno per altri tre anni. Si dovrà valutare se certe risposte e certe guerre culturali contro la nuova legge possono provocare reazioni controproducenti in chi detiene il potere. L’importante è non perdere ulteriore spazio…”.

Non può sfuggire il rischio di una posizione di rassegnata condiscendenza di fronte alla prevaricazione di un’istanza così decisiva e irrinunciabile quale la possibilità di sostenere realtà scolastiche che, fra l’altro, hanno già verificato esiti significativi per una parte non irrisoria della popolazione: ben quattro spagnoli su dieci negli ultimi 35 anni hanno ricevuto un’educazione d’iniziativa sociale.

Quindi, proprio quando sembrerebbe urgente prefigurare una risposta civile, una mobilitazione tesa per lo meno a chiarire le ragioni di una contestazione volta a salvaguardare una risorsa di indubitabile valore sociale, De Haro sembra sottrarre la questione al suo ambito reale, al dibattito pubblico, per dirottarla nello spazio di una riflessione tutta centrata sulla dinamica che vede interagire i principali soggetti – l’educatore e il giovane – implicati in un percorso non facile, non automatico, a volte inconcluso nel realizzare quell’incontro fra due libertà che solo produrrebbe un esito auspicabile, in grado di porre un argine alla ben nota emergenza educativa.

In effetti il tema è di quelli che non esauriscono mai la sfida, sempre aperta, sempre da rilanciare,  carica di incognite, a rischio continuo di insuccessi. Ma d’altra parte proprio l’urto di una contraddizione, in questo caso l’arrogante decisione di un Governo che minaccia di cancellare un’esperienza in atto e comunque viva da decenni, può e forse dovrebbe rappresentare una buona occasione per venire allo scoperto, per “gridare” le ragioni e le convinzioni che tengono in piedi un’esperienza che non arretra e non teme di naufragare solo in forza del desiderio che la muove e la alimenta.

Certo il potere, specialmente quando è sostenuto da un pensiero unico e prevalente, rappresenta una vera minaccia e tuttavia può sollecitare potentemente la libertà oltre ogni soggezione e rischio di emarginazione: è “il potere dei senza potere”, per dirla con Václav Havel.

La vera sfida sembra condurre così il cuore e la ragione a una riscossa, alla necessità di “opporsi per porsi”, come chiarì don Luigi Giussani delineando il percorso di una libertà in azione. “Se non c’è il senso della responsabilità rischiosa, perciò se non ci sono il giudizio e la volontà e l’affettività per andare contro, per cambiare – perché ‘andare contro’ vuol dire ‘cambiare’ – ciò che c’è, ciò che mi si oppone (…), se non ho questa responsabilità, cioè se io non sono presente all’ambiente, la libertà diventa un ‘sogno di una notte di mezza estate’ che il vento soffia via. E dopo viene l’anoressia dell’umano”.

Il Sussidiario –  – Laura D’Incalci