Scuole allo sbando, presidente Mattarella dica qualcosa

C’è in atto una discriminazione dei bambini su base personale, regionale, presidenziale. Non dovrebbe competere al governatore di una regione il diritto all’istruzione, perché è una faccenda così maledettamente fondamentale, che non può dipendere dalla (in)sensibilità di un amministratore nei confronti della cultura, della formazione, dell’equità sociale.

L’anarchia regna sovrana in questo regionalismo delle diseguaglianze, che vede i bambini di alcune regioni rosse andare a scuola, mentre quelli di altre regioni con più miti colori ed emergenze sanitarie sono costretti a casa. Hanno raggiunto l’incredibile cifra di 4 milioni gli studenti rimasti senza aula: 2,7 milioni solo alle superiori.

Se tutti i Paesi dall’inizio dell’epidemia hanno cercato di garantire l’accesso a scuola, nonostante momenti di estrema difficoltà e contagi anche superiori ai nostri, l’Italia ha da subito viaggiato un passo indietro. Non sarà un caso se ci troviamo agli ultimi posti in Europa per investimenti nell’istruzione e ai primi per abbandono e dispersione scolastica. Abbiamo amministratori con facoltà (ahimè) decisionali, che si permettono di descrivere i bambini come scugnizzi che rifuggono le aule, ai quali non resta che somministrare un fantomatico latte al plutonio per far esplodere in loro il desiderio di tornare a scuola tra compagni e insegnanti. Quanta miseria in questa falsa rappresentazione dei più piccoli, che già piegati da mesi di privazioni, ansie e frustrazioni, si vedono ora mortificati da chi non ha saputo gestire un’emergenza e ha preferito chiudere tutto per mascherare la propria impreparazione.

In tutto il Paese sta crescendo però il numero dei professori che si uniscono alla protesta degli studenti e chiedono di tornare alla scuola in presenza. A Firenze Maria Angela Vitali ha tenuto lezione davanti al liceo Castelnuovo; lo stesso ha fatto a Faenza Gloria Ghetti, nel cortile del liceo Torricelli Ballardini. La figura più rappresentativa di questa vitale protesta ha 12 anni e si chiama Anita: la pasionaria della media Calvino di Torino da giorni segue le lezioni  a distanza fuori dal portone della sua scuola, con giacca mascherina e banco al seguito. Il comitato Priorità alla scuola (un movimento composto da insegnanti, educatori, studenti e genitori nato in seguito alla prima chiusura generalizzata per reinventare collettivamente l’istruzione) ha ripreso la sua idea e ha lanciato l’iniziativa “School for the future”: i ragazzi protestano seguendo le lezioni seduti a terra davanti ai loro istituti. L’iniziativa è partita venerdì, ma continuerà ogni giorno finché gli studenti non “riavranno indietro la loro scuola”.

Ora si parla di un ritorno graduale, ma a partire da quando? E quanto graduale? Parliamo di qualche giorno per organizzare i trasporti e gli orari, oppure settimane o peggio mesi? Ma poi, si stanno davvero organizzando?

Barcollando tra l’incertezza e l’anarchia di questa gestione maldestra e irresponsabile, domando: “Presidente Mattarella, non dovrebbe intervenire per riportare chiarezza e pari dignità in questo magma di in-decisioni?”. Ad agosto parlava della scuola come “risorsa decisiva per il futuro di una società”.  A novembre questo discorso dovrebbe ancora essere valido. Caro Presidente, torniamo a farlo presente alle nostre Istituzioni allo sbando, perché come diceva Malcolm X: “La scuola è il nostro passaporto per il futuro, poiché il domani appartiene a coloro che oggi si preparano ad affrontarlo”

UFFPOST – Sabrina Scampini – 18 novembre 2018