Coronavirus, Remuzzi: Le scuole dovevano riaprire già a giugno. Le sei risposte che spiegano perché sono sicure

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Giuseppe Remuzzi, uno degli scienziati italiani più conosciuti nel mondo è intervenuto nel dibattito sulla riapertura delle scuola a settembre. Remuzzi, direttore dell’istituto Mario Negri, ha riportato, in un articolo apparso sul CorrieredellaSera, le ultime ricerche sull’impatto in termini di contagio globale delle aperture scolastiche.

 “In 20 Paesi le scuole le hanno riaperte ai primi di giugno: altri invece, Taiwan, Nicaragua e Svezia, non le hanno chiuse mai. Insomma è un po’ come se il mondo stesse facendo un grande esperimento con qualcuno che ha imposto dei limiti molto stretti, altri che hanno lasciato i bambini liberi di giocare, con le mascherine o senza. E com’è finita? Purtroppo non si sa. Science ha voluto vederci chiaro, lo ha fatto studiando le riaperture del Sud Africa, Finlandia e Israele. È venuto fuori che i bambini più piccoli raramente contraggono l’infezione e si contagiano l’un l’altro ed è ancora più raro che si portino il virus a casa al punto da infettare i familiari. Certo non si può pensare di aprire le scuole senza correre qualche rischio; ma Otto Helve, un infettivologo pediatra della Finlandia che ha studiato a fondo il problema, ha scritto recentemente: «Tutti quelli che hanno riaperto hanno potuto constatare che i benefici sono molto maggiori dei rischi»”.

Remuzzi, quindi, è tra coloro che, dati alla mano, ritengono che riaprire le scuole va fatto senza alcuna remora. “Penso proprio che le scuole debbano essere riaperte, al più presto. Lo si sarebbe dovuto fare già a giugno, con attenzione, prudenza, poche regole (ma chiare) e tanto buon senso”. Per sostanziare il suo pensiero lo scienziato offre risposte alle sei domande più comuni in tema di scuola e rischio di contagio da coronavirus.

1. Quante probabilità hanno i bambini piccoli di ammalarsi e trasmettere il virus?
I bambini piccoli si possono infettare ma non sembrano essere contagiosi, almeno da quanto emerge dagli studi dell’Istituto Pasteur in sei scuole elementari. I ragazzi delle superiori invece 3 volte su 10 hanno gli anticorpi, vuol dire che sono venuti in contatto col virus, mentre insegnanti e membri dello staff hanno anticorpi rispettivamente 4 e 6 volte su 10. Quei ragazzi e quegli adulti si possono ammalare, ma di solito in forma lieve.

2. Dobbiamo lasciare che i bambini giochino insieme come prima?
Sì, dovrebbero poter tornare a correre, giocare e divertirsi il più presto possibile, purché non siano in troppi in una classe sola, e per chi ha meno di 12 anni non c’è nemmeno bisogno di distanziamento. E dovrebbero stare all’aperto più spesso, anche a far lezione quando il tempo lo consente, certamente non in inverno. Gli studenti più grandi è bene che stiano a un metro di distanza, anche se di sicuro non si sa nemmeno questo, perché ciascuno fa un po’ per conto suo, ed è un peccato.

3. I ragazzi dovrebbero portare la mascherina?
Sì e no. Certo, le mascherine sono una delle poche cose davvero importanti per contenere l’epidemia, ma i ragazzi le trovano insopportabili, certe volte poi portare la mascherina senza toccarla, metterla e toglierla, toccarsi continuamente la faccia o soffiarsi il naso è impossibile specie per i più piccoli. Alla fine uno si chiede: queste piccole circostanze che sono comunque frequentissime non vanificheranno il potenziale beneficio della mascherina? Temo che sia proprio così, un compromesso accettabile potrebbe essere quello di chiedere loro di mettere la mascherina e di utilizzarla correttamente solo quando è impossibile mantenere le distanze, almeno per i più grandi e almeno da noi .

4. Che cosa dovrebbe fare la scuola se c’è un positivo?
La risposta più semplice ma anche la più corretta è che non lo sappiamo. Se si trova un bambino o un ragazzo positivo al tampone bisogna mandare a casa lui e tutti quelli che hanno avuto contatti con lui o chiudere quella classe o l’intera scuola? C’è chi pensa che basti isolare chi è positivo e i suoi contatti, senza nemmeno bisogno di chiudere la classe, altri vorrebbero chiudere la scuola. Comunque, almeno nei Paesi meglio organizzati, quando si trova uno studente positivo si faranno i test a tutti inclusi quelli che non hanno sintomi e si organizzerà la quarantena per i positivi e per i loro contatti. Tutto questo però non è basato su studi controllati e convincenti, la risposta alla domanda su che cosa si dovrebbe fare quando qualcuno risulta positivo ce l’avremo solo dopo che si sapranno i risultati di due studi in corso in Germania e nel Regno Unito che hanno affrontato questo problema in modo sistematico: tamponi ai bambini delle scuole e ai loro familiari, e dosaggio degli anticorpi.

5. Le infezioni che nascono a scuola possono diffondersi alla comunità?
Questa domanda nasce dalla considerazione che in tutto il mondo, e specialmente negli Stati Uniti, ma anche da noi, almeno un terzo degli insegnanti e dei membri dello staff non ne vogliono sapere di tornare a scuola, preferiscono starne lontano. Science ha fatto tutto il possibile per rispondere a questa domanda cercando i dati dappertutto, in tutte le parti del mondo. Non è stato facile, ma quello che è emerso in modo abbastanza chiaro è che i casi di malattie gravi tra gli insegnanti sono davvero pochi, con un’eccezione sola, quella della Svezia. Ma il caso della Svezia non deve diventare una scusa per tenere chiuse le scuole da noi per esempio anche in autunno, perché nel resto d’Europa i rischi che si sviluppino focolai a scuola sono veramente trascurabili.

6. Cosa ci aspetta d’ora in avanti?
Dipende. Per i bambini più poveri, i più vulnerabili, la chiusura delle scuole continuerà e forse durerà per sempre. In molte parti del mondo non ci sono le risorse per adeguare gli ambienti scolastici alle esigenze di sicurezza, e qualcuno come il primo ministro del Bangladesh ha detto apertamente che non si riapriranno le scuole finché l’epidemia non sarà completamente vinta, nelle Filippine sarà lo stesso, le scuole si riapriranno quando c’è il vaccino. Nei Paesi che chiamiamo «ricchi», come i Paesi dell’Europa e gli Stati Uniti, i bambini hanno «poco da guadagnare dal lockdown, ma moltissimo da perdere», secondo un lavoro appena pubblicato su Nature che parte dalla considerazione che i bambini non si ammalano o si ammalano raramente. Questi ragionamenti, s’intende, non vanno mai presi in senso assoluto, insomma non vuol dire che i bambini non si ammalano mai, ma la probabilità di ammalarsi o morire di Covid è molto inferiore a quella di incorrere in altri guai.

da OggiScuola 4 agosto 2020